siccome due notti fa me la sono sognata, e me la sono sognata che era molto arrabbiata, siccome non lo so se esiste un al di là, ma essendoci un al di qua tutto può essere, allora ve lo racconto, che probabilmente era arrabbiata perchè non l’avevo raccontata mai, questa cosa.
io mi ricordo di due delle mie bisnonne, entrambe di parte materna, quella reatina e quella calabra.
quella reatina mia mamma dice che non me la posso ricordare, che ero troppo piccola, però poi io le dico che me la ricordo seduta dietro casa, su una sedia con le stecche di legno, di quelle vecchie e scomode e piccole, verde-turchese, e allora lei fa “oh” e dice che si, ma non si spiega come faccia a ricordarmela, che avrò avuto circa un anno, un anno e mezzo.
l’altra bisnonna, quella calabra, invece me la ricordo bene.
vestiva sempre di nero, o di blu scuro, e abitava in questa casa che non è lontana dalla nostra, a un piano, divisa in 3 o quattro appartamenti. nel suo c’era la camera da letto che era sempre buia, con tanti strati di coperte sul letto. poi c’era il salone grande, con un caminetto enorme, con le piastrelle rosse e la cappa nera, o forse bianca, quella non me la ricordo bene, e intorno alla cappa c’erano varie cose, tra cui un paio di statuine della madonna che cambiano colore quando cambia l’umidità, e le palle con la neve dentro, di qualche città. una forse era pisa, o firenze, ma non me lo ricordo bene. in questo salone c’era nonna che guardava seduta in poltrona una televisione a manopole in bianco e nero, guardava “andrea celeste” su rete a. su una parete c’era un’ arazzo con non so che papa pacioccone, ma non era giovanni paolo II, e aveva un carillon di plastica rosso e dorato, che forse rappresentava il vaticano o forse no, che io l’aprivo sempre per imparare come funzionava il carillon. poi c’era il bagno, con le piastrelle blu e una lunga vasca, un’altra camera da letto che non ci dormiva nessuno, o forse qualche sua figlia quando magari non stava tanto bene, e la cucina, che era di quelle vecchie, col frigorifero bianco bombato e la maniglia cromata di lato, e anche gli sportelli della credenza bianchi bombati, con dei diciamo buchi chiusi col rattan incrociato e le rifiniture turchesi pastello e le sedie e il tavolo in formica. poi fuori c’era la pergola con l’uva fragola che lavavo al lavatoio in cemento con i pezzi di sapone di marsiglia vecchi, e un quadrato per far arrampicare le piante che invece ci arrampicavamo io e mio fratello e i miei cugini scatenati. una delle ultime volte in cui ci siamo arrampicati, ma forse proprio l’ultima, non mi ricordo con precisione, è stata una sera d’estate tra la 5° elementare e la I° media, che con i cugini si parlava di quanto era figo il film che avevamo visto la sera prima in tv, “tremors”, e quanto ci piacevano gli 883.
nonna era piccolina e magrolina, sempre vestita di scuro, sdentata, e ci dava i savoiardi in cucina, si alzava, andava a smucinare un po’ , sembrava sempre non avesse niente e invece poi spuntavano fuori savoiardi per tutti. era nata cresciuta e vissuta in calabria finchè i figli non s’erano qui trasferiti, ed era una filatrice, filava la lana, filava i tessuti.
nonna poi è morta durante le vacanze di natale del ‘93 o ‘94, anche qui non ricordo bene. a ridosso di natale, poco prima o poco dopo, ebbe un ictus e fu ricoverata, ma non si riprese più. io me la ricordo la camera mortuaria fredda, il 30 o il 31 di dicembre, e poi il primo di gennaio, con un velo di tulle che copriva tutta la cassa e le mani nel rosario. e mi ricordo quando arrivarono quelli dell’agenzia funebre per chiuderla, e ci fecero uscire nell’attesa, e io, mio fratello e i miei cugini in corridoio tra gli altri, spalle al muro sulle piastrelle fredde, e i miei cugini che forse, a pensarci adesso, per stemperare il nervosismo, che in fondo era la loro nonna, e sottovoce ridacchiando dicevano “sti cassamortari, sti becchini”, e forse pure qualche parolaccia. e poi mi ricordo al cimitero, con la mia di nonna, che era la figlia più grande, che coltivava patate e s’era presa cura di tutti i fratelli come una mamma mentre la sua lavorava per sfamarli, prima della guerra, che si lanciava disperata e piangente dando i pugni alla cassa, in una scenata isterica da oscar, e io e mio cugino, quello più piccolo di me di un mese, che ridacchiavamo stupiti sotto i baffi, che avevamo 12 o 13 anni e non lo sapevamo nemmeno noi perchè. io poi per anni ho evitato i funerali e i cimiteri, lì dove è la bisnonna non ci sono più andata, chè sta scenata isterica pensavo fosse una cosa normale, e poi invece ho scoperto che no, è mia nonna, un po’ perchè è calabrese, un po’ perchè è lei che le piace fare le sceneggiate.
anni dopo, forse era l’ultimo anno di liceo, forse il primo o secondo di università, comunque erano passati una decina d’anni, fra capodanno e la befana, il 2, o il 3 gennaio tipo, andammo con i miei amici dell’epoca a vedere questo film che prometteva un sacco di risate, ma tante tante, “il mio grosso grasso matrimonio greco”. non faceva proprio ridere tantissimo, ma era un film carino, e la protagonista aveva una famiglia matta, tra cui anche una nonna vecchia vecchia, una vecchina piccola e curva vestita di nero che non parlava mai e la notte andava a ballare con la luna in giardino. tra una risatina e l’altra arriva il punto in cui è tipo la vigilia del matrimonio della protagonista, e la nonna va in camera di lei con una vecchia scatola, e le fa vedere delle cose vecchie, tipo le foto del suo matrimonio, qualcosa del bouquet e una coroncina per l’acconciatura. io lì cominciai a piangere, su 10 persone in sala, di cui 8 miei amici, io ero l’unica che ha pianto, sia in quel momento che nel resto del film, e piangevo a fontana, e miei amici mi guardavano e non capivano, e io piangevo a fontana, e anche adesso, quando ci ripenso, o adesso adesso quando scrivo, mi viene da piangere, e spesso piango.
e piango perchè mi ero resa conto che erano passati 10 anni, ed era tanto che non ci pensavo, e perchè quando era morta non avevo pianto, e quando sarei cresciuta lei non ci sarebbe stata, a vedermi, la mia bisnonna, che di nome faceva Elisabbettana, che all’anagrafe s’erano scordati una enne, e che era nata alla candelora, o così diceva l’anagrafe, che all’epoca, nel 1900 qualcosa, ti segnavano che eri nato quando andavano a segnarti, e magari passava un mese o un anno, e che però tutti chiamavamo Nonna Bettina.